Creative Director

Silvia Gibertoni

Brianform: abitare come espressione di sé. La casa non dovrebbe raccontare una tendenza. Dovrebbe raccontare chi la abita.

Ritratto di Silvia Gibertoni, Creative Director di Brianform e Stoneform

Il percorso

Arte, danza e cultura prima del design

Il percorso della Creative Director di Stoneform e Brianform nasce lontano dai confini tradizionali del design. Prima di approdare a questo mondo, Silvia Gibertoni ha attraversato professionalmente l’ambito delle istituzioni culturali, dello spettacolo e delle fondazioni lirico-sinfoniche, coltivando parallelamente da sempre lo studio e l’interesse per l’arte, che hanno contribuito a formare il suo sguardo e la sua sensibilità estetica.

A questo percorso si intrecciano quattordici anni di danza classica, una disciplina che ha educato il suo sguardo al rigore, all’armonia, alla proporzione e al rapporto tra corpo e spazio.

Arte, danza e le diverse esperienze maturate nel mondo della cultura compongono così un percorso non convenzionale, costruito più attraverso contaminazioni e interessi diversi che attraverso un’unica formazione, dal quale nasce oggi il suo modo personale di interpretare il ruolo di Creative Director.

Una nuova fase

Brianform nasce nel 1982, nel cuore della Brianza, in un territorio in cui il mobile non è soltanto industria, ma cultura, competenza e sapere artigianale tramandato nel tempo.

Oggi Silvia Gibertoni accompagna l’azienda in una nuova fase della sua storia: non una rottura con il passato, ma un’evoluzione dalla solidità di una tradizione importante verso un linguaggio più libero, contemporaneo e vicino alla moda, all’arte e ai nuovi modi di abitare.

L’intervista

Brianform nasce nel 1982 con un’identità più classica. Come si interviene su un’azienda con oltre quarant’anni di storia senza perderne l’identità?

Partendo dal rispetto.

Non credo nelle trasformazioni che hanno bisogno di cancellare ciò che c’era prima per affermare qualcosa di nuovo. Brianform ha più di quarant’anni di storia, una cultura del mobile, una conoscenza delle lavorazioni e una serietà produttiva che rappresentano un patrimonio.

Ma avere una storia non significa dover rimanere fermi.

Mi interessa proprio questo passaggio: conservare la competenza e cambiare lo sguardo.

Le case sono cambiate, il nostro modo di vivere è cambiato, sono cambiate le contaminazioni tra arte, moda e design. Credo sia naturale che anche un’azienda evolva insieme al proprio tempo.

La tradizione, quando è autentica, non dovrebbe avere paura della contemporaneità.

Che cosa significa, per lei, abitare?

Credo che una casa sia una delle forme più intime di autoritratto.

Racconta molto di noi, spesso più di quanto immaginiamo. Racconta ciò che abbiamo scelto, ciò che abbiamo ereditato, i luoghi in cui siamo stati, le cose alle quali siamo affezionati e persino le nostre contraddizioni.

Per questo non amo particolarmente le case che sembrano showroom, dove tutto è perfettamente coordinato e ogni cosa sembra essere stata scelta nello stesso momento.

La perfezione, qualche volta, rischia di cancellare l’identità.

Mi emoziona molto di più una casa nella quale un mobile contemporaneo possa convivere con un oggetto trovato durante un viaggio, un’opera d’arte, qualcosa appartenuto alla propria famiglia o semplicemente qualcosa scelto perché ci ha emozionato.

Una casa dovrebbe avere memoria, ma anche desiderio.

Il rapporto tra interior design e moda ritorna spesso nel suo lavoro. Che cosa hanno in comune questi due mondi?

Moltissimo.

La moda ha una capacità straordinaria di leggere il proprio tempo. Non parla soltanto di abiti: parla di colori, proporzioni, materiali, comportamenti e cambiamenti sociali.

E poi c’è un aspetto che trovo particolarmente interessante: il modo in cui ci vestiamo e il modo in cui abitiamo sono entrambi forme di rappresentazione di noi stessi.

Un abito entra in relazione con il corpo; un interno entra in relazione con la nostra vita.

Nella moda una seta può incontrare una pelle, un tessuto prezioso può essere portato con qualcosa di estremamente semplice, un colore apparentemente sbagliato può diventare proprio quello che rende memorabile un insieme.

Perché nell’arredo dovremmo avere meno libertà?

Non mi interessa trasferire le tendenze della moda nei mobili. Mi interessa portare nell’interior quella stessa libertà di interpretazione.

Quindi anche l’imperfezione può avere un valore?

Preferisco parlare di elemento inatteso.

Non credo che l’eleganza nasca necessariamente dall’abbinamento perfetto. A volte è proprio qualcosa che sembra non appartenere completamente all’insieme a dargli personalità.

Vale nella moda e vale nell’arredo.

Una stanza in cui tutto è dello stesso stile, della stessa epoca e perfettamente coordinato può essere bellissima, ma rischia di essere prevedibile.

Io cerco sempre un piccolo elemento di rottura: un materiale, un colore, una proporzione, un oggetto.

Non deve disturbare. Deve creare una tensione.

La bellezza, per me, non è necessariamente equilibrio assoluto. A volte nasce proprio dal dialogo tra cose diverse.

Quanto contano i materiali nella costruzione di questa identità?

Moltissimo, perché i materiali non sono soltanto qualcosa che vediamo: sono qualcosa che tocchiamo.

Il legno ha un calore, la pelle cambia con il tempo, un tessuto assorbe la luce in maniera diversa, il metallo introduce un riflesso, il vetro crea leggerezza. Mi interessa molto questa dimensione tattile dell’arredo.

Viviamo in un’epoca estremamente visiva, nella quale siamo abituati a conoscere e spesso a scegliere un prodotto attraverso uno schermo. Il rendering è uno strumento straordinario per immaginare ciò che ancora non esiste, ma un’immagine, per quanto perfetta, non potrà mai restituire completamente l’esperienza della materia, delle proporzioni e del comfort.

Una casa, del resto, non si vive attraverso uno schermo. Si vive con tutto il corpo: ci sediamo, tocchiamo, camminiamo, sentiamo una superficie sotto le mani.

Ed è anche per questo che per noi è importante avere il nostro showroom nel cuore della Brianza, a Cantù. È il luogo in cui ciò che viene immaginato e progettato diventa reale: si può vedere un mobile nelle sue vere proporzioni, toccarne i materiali, percepirne le finiture, sedersi su un divano e comprenderne davvero il comfort.

Un mobile deve essere bello da guardare, certo, ma deve anche far venire voglia di toccarlo. E credo che il design, prima di essere un’immagine, debba essere un’esperienza.

E il colore?

Il colore è emozione.

Può cambiare completamente la percezione di un oggetto o di uno spazio. Eppure nell’arredo spesso ne abbiamo più paura che nella moda.

Siamo molto più disposti a indossare un colore, magari anche importante, che a portarlo dentro casa.

Io credo invece che il colore, quando è usato con intelligenza, possa dare una straordinaria identità a un ambiente.

Non significa necessariamente riempire una casa di colori. Può bastare un punto preciso, una pelle, un tessuto, un dettaglio.

Mi piace pensare al colore non come decorazione, ma come parte del progetto.

Brianform lavora anche sulla personalizzazione. Quanto è importante la libertà compositiva?

È fondamentale, perché se parto dall’idea che una casa debba raccontare chi la abita, non posso poi imporre a tutti la stessa casa.

Il prodotto per me deve essere una proposta, non una gabbia.

Si può partire da un divano, da una libreria, da un tavolo e poi lavorare sulle dimensioni, sulle essenze, sulle pelli, sui tessuti, sui metalli e sulle finiture affinché quell’oggetto trovi davvero il proprio posto in uno spazio e nella vita di chi lo sceglie.

È un concetto che mi interessa molto: non chiedere alla persona di adattarsi al mobile, ma permettere al mobile di entrare nella sua storia.

Questa libertà compositiva è una delle possibilità più belle che l’artigianalità ci offre.

C’è ancora spazio per l’emozione in un settore sempre più dominato dall’immagine e dalla comunicazione?

Deve esserci.

Un oggetto può essere perfetto dal punto di vista tecnico, fotografato magnificamente e comunicato benissimo. Ma se non provoca niente, dopo pochi secondi lo abbiamo già dimenticato.

A me interessa quel momento in cui guardiamo qualcosa e, prima ancora di sapere perché, ci fermiamo.

Può essere una curva, una materia, un dettaglio, un accostamento insolito. Non esiste una formula.

Credo però che il design abbia bisogno anche di questo: non soltanto risolvere una funzione, ma creare una relazione.

Alla fine conviviamo per anni con gli oggetti che scegliamo per la nostra casa. È naturale desiderare che abbiano la capacità di continuare a dirci qualcosa.

Qual è, allora, la Brianform che immagina per il futuro?

Una Brianform riconoscibile, ma mai prevedibile.

Un’azienda capace di conservare la serietà, il sapere artigianale e la cultura manifatturiera con cui è nata nel 1982 e, allo stesso tempo, abbastanza libera da sperimentare.

Vorrei che dialogasse sempre di più con la moda, con l’arte, con il colore e con nuovi linguaggi, senza trasformarsi però in qualcosa che rincorre continuamente le tendenze.

Non mi interessa che Brianform diventi semplicemente più moderna. Vorrei che diventasse sempre più contemporanea.

Per me c’è una differenza importante.

Essere moderni può voler dire aderire a un’estetica. Essere contemporanei significa saper leggere il proprio tempo senza perdere la propria identità.

E forse è proprio questa la casa che mi interessa immaginare attraverso Brianform: una casa che non abbia paura di mescolare epoche, materiali, ricordi e desideri. Una casa non costruita per essere fotografata, ma per essere vissuta.

«L’eleganza più autentica è proprio questa: sentirsi rappresentati dal luogo in cui si vive.» Silvia Gibertoni — Creative Director